Lavoro da remoto e clima: il modello di Banca d’Italia riduce le emissioni del 31,5%
Il lavoro da remoto non è più soltanto una misura organizzativa legata alla flessibilità o al benessere dei dipendenti. Può diventare, se progettato con attenzione, uno strumento concreto di politica climatica. È quanto emerge dal recente report di sostenibilità di Banca d’Italia, che analizza in modo approfondito l’impatto ambientale del modello di lavoro ibrido introdotto dall’Istituto a partire dal 2022.
Lo studio mostra come la combinazione tra lavoro in presenza e lavoro da remoto abbia prodotto un risultato significativo: nel 2024 le emissioni complessive si sono ridotte del 31,5% rispetto al 2019, ultimo anno prima della pandemia. Un dato che evidenzia come anche le scelte organizzative possano contribuire in modo strutturale alla riduzione delle emissioni climalteranti.
Il beneficio ambientale più evidente riguarda la diminuzione del pendolarismo. Ogni giornata di lavoro svolta in presenza comporta in media 4,1 chilogrammi di CO₂ equivalente per dipendente, legati principalmente all’uso dell’auto privata e, in misura minore, al trasporto pubblico. Rispetto al periodo pre-pandemico, questo valore risulta in calo grazie a una maggiore diffusione di veicoli meno inquinanti, a un utilizzo più consistente dei mezzi collettivi e a una diversa distribuzione settimanale delle presenze in ufficio, che contribuisce anche ad alleggerire la congestione nelle ore di punta.
Accanto alla riduzione degli spostamenti, il report affronta però un tema spesso sottovalutato nel dibattito pubblico: l’aumento dei consumi energetici domestici legati al lavoro da casa. L’analisi, realizzata in collaborazione con ENEA su oltre quattromila questionari compilati dai dipendenti, stima che una giornata di lavoro da remoto generi mediamente 1,1 chilogrammi di CO₂ equivalente. Si tratta di emissioni dovute soprattutto al riscaldamento e al raffrescamento degli ambienti, oltre a una quota minore legata all’uso di computer e illuminazione.
Il confronto tra i due scenari è però netto. Anche tenendo conto degli extra consumi domestici, il lavoro da remoto presenta un impatto ambientale pari a circa un quarto di quello associato a una giornata di lavoro in presenza. Il bilancio complessivo risulta quindi ampiamente positivo, confermando che il modello ibrido può contribuire in modo concreto alla riduzione delle emissioni indirette, in particolare quelle classificate come Scope 3, legate agli spostamenti dei dipendenti.
Uno degli aspetti più rilevanti dello studio è la sua impostazione metodologica. Banca d’Italia non si limita a misurare il proprio impatto, ma propone un approccio replicabile anche da altre aziende e pubbliche amministrazioni. Attraverso fattori di emissione medi e strumenti basati su questionari interni, il modello consente di stimare in modo coerente le emissioni connesse al lavoro da remoto e di integrarle nei bilanci di sostenibilità e nelle strategie ESG.
Il report evidenzia inoltre come il lavoro da remoto influisca sulle abitudini di vita e sulle scelte abitative, spesso migliorando la qualità della vita dei lavoratori, senza però generare effetti collaterali rilevanti in termini di aumento degli spostamenti privati. Un elemento importante, che rafforza l’idea che la flessibilità lavorativa possa andare di pari passo con gli obiettivi ambientali.
Nel complesso, il caso di Banca d’Italia dimostra che la transizione ecologica passa anche dall’organizzazione del lavoro. In un contesto in cui la riduzione delle emissioni richiede interventi sistemici e trasversali, il lavoro ibrido emerge come una leva concreta, misurabile e già disponibile per contribuire alla lotta contro il cambiamento climatico.
